domenica, 17 giugno 2007
la mia camera è piena, confusionaria, la roba si accumula si sovrappone cresce di volume giorno dopo giorno. la vita ha uno strano modo di manifestarsi, di ricordarti che scorre, che si va aOrganizza | Scrivivanti...
una bottiglia di porto "Tawny" che al supermercato non la trovi, la bottiglia è nera accanto al mio computer bianco, una trentina di biglietti ferroviari... un adattatore Vga, dischi su dischi ammassati, un rotolo di scottex, fazolettini, flyer, hardsik esterni, cocco portaoggetti, dichiarazioni dei redditi, quali redditi poi?, bollette, penne di ogni colore appese al muro esaurite da anni, poster, foto, sbiadite, quasi cadenti, in bianco nero, sotto effetti, poesie attacate al muro, poesie nascoste, compromettenti, contenitori delle sorprese di un uovo di pasqua porta oggetti, cartelline, documenti, inviti, deodoranti (mi profumo ogni tanto), chiavi, l'accappatoio, medicinali impolverati, colla stick, giornali, riviste, libri che non riesco più a comprare, non ho spazio, sommerso, una stanza troppo piccola per contenere quasi 24 anni di vita...
e quei biglietti che li guardo vicino alla tenda e al sacco a pelo, sono appena tornato... voglia di ripartire, di ritornare a vent'anni. 24 sono troppi...
sento i passi fuori per strada, automobili lontane... forse è il caso di prepararmi un'insalata...
sabato, 16 giugno 2007
Ci hanno provato. Davvero! Ci hanno provato ad ingabbiarlo.
Ma lui niente. Lui il niente. Lui che con la sua arte contaminava la realtà di verità limpide e dunque alterate.
La verità è un acqua torbida se scorre tra le dita dello stolto. La verità dell’arte muta il reale e lo contamina.
Molteplici immagini si incrociano nella mente.
Voci oscillanti che ardono i principi. Voci mitiche al di là di ogni menzogna scientifica.
Ci hanno provato. Davvero! Ci hanno provato ad ingabbiarlo. Ma lui… beh… lui era il niente, una merce, marcio.
Instabile, spiazzante si contorceva su pentagrammi. Epilettico sguardo.
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Lo trovarono li. Steso sul suo letto con un sorriso stampato sulla faccia e un bigliettino con su scritto
“Sono morto ridendo.
Sono morto contento.
Angelo senza ali continuerò la mia marcia dentro ognuno di voi.
Giocatori di dadi
Dadi, dati.
Voi stessi.
Voi dai molti volti.
Sei.”
Si disse di lui che la vera opera d’arte non era la sua musica, non erano i suoi versi. L’opera, la vera opera, era ed è lui stesso. Era lui a scuotere, choccare, la coscienza sensibile.
Per il fatto stesso di esserci, esserci stato, lui è arte. Per il fatto di esserci piuttosto che non esserci stava li a fondare un nuovo mondo possibile.
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Lui era solo un sogno. Ci hanno provato davvero i miei sensi ad ingabbiarlo ma lui niente, lui è il niente.
Come fare ad intrappolare qualcosa che non c’è?
Impossibile intrappolare un gioco dell’inconscio.
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Il gallo canta. L’occhio si apre. La luce penetra da ogni foro. Il respiro si fa pesante. Il cuore comincia a pulsare più forte. Una vertebra vibra.
Buon giorno mondo!
sabato, 16 giugno 2007
Si dice sia morto contento. Chiuse la porta della sua stanza, aprì un terzo occhio, chiuse gli altri due e seduto sul proprio letto rivide il momento più felice della sua vita. Era finalmente felice. Era talmente felice da non accettare più di esistere al pensiero di non poter più rivivere l’attimo.
Quell’attimo.
Gli attimi sono gabbie in cui dimora il passato, da cui fuoriesce fluorescente il futuro. L’attimo non è mai esistito.
Il momento si.
Nel momento irripetibile in cui si raggiunge una tal felicità non resta che morire. Se non è più possibile cercare la felicità che senso ha vivere condannati infelici alla felicità?
La morte non è più nulla.
Non c’è niente da temere nel non vivere più.
Chiuse il terzo occhio.
Aprì il primo e poi il secondo nell’attimo, nel battito di ciglia… la mente intorpidita vide il sogno sfuggire alla trappola dell’inconscio.
Il sogno liberato in un brivido di terrore ex-stasiato.
In quell’attimo sentì di essere un nemico della civiltà e morire ex-stasiato era l’unica soluzione per conciliarsi con se stesso, con il mondo.
In lotta con il proprio corpo VIDE istanti perduti.
VIDE la collina dalla terra arsa de(a)ll’infanzia.
VIDE una casa bruciare vicino un campo di grano.
VIDE un una madre frantumata dal dolore.
VIDE il suo volto dipinto su una tela e lasciato incompiuto dalla donna che lo strinse in una morsa di baci e di carezze, di profumi ed in-fusi. La stessa donna che lo rese felice per una notte e/é da quella notte. La notte scorsa. Non ebbe più pace. Non ebbe più serenità.
Nulla sarebbe stato più come prima!
La conoscenza e il silenzio. Il silenzio porta gli uomini a riflettere. Riflettere porta gli uomini al silenzio. Nel silenzio si conosce la ragione della propria infelicità. Nell’amore si conosce la ragione della propria felicità. Se all’amore si accompagnano i silenzi la felicità e l’infelicità co-fondono le proprie essenze e, in questo gioco mortale, l’uomo si fa equilibrista, sfiora il limite, saltella sull’orlo dell’abisso.
I pianti son come sorrisi e I Sorrisi pianti infiniti di passione espressa al massimo della sua potenza.
Quella notte l’amore lo divorò. Quella notte i silenzi tra un amore e l’altro furono la sua rovina. L’amore troppo spesso condensa in se ogni emozione. L’amore è il modo massimo di conoscere se stessi nell’altro. L’amore è un vivere senza ragione e perciò più vero!
La conoscenza lo rese degno di vivere come un Dio fra gli uomini. E quella notte
Nulla sarebbe stato più come prima!
Il pathos, la passione che conduce all’ek-stasis, andar fuori di sé e fuori di mente, lo slancio e l’elevazione dell’anima e quella notte
Nulla sarebbe stato più come prima!
Disteso sul letto ancora disfatto, fulminato dall’amore folle, inebriato dal veleno che lentamente giungeva al cuore, strinse forte una rosa tra le mani, le spine penetrarono e il sangue gocciolante lo chiamò, lo rese sublime carne…
sabato, 16 giugno 2007
Il salto compiuto. Ottavo piano. Il salto
compiuto mette in abisso. Abisso di lana profumata, dolce senza fondo, abisso
profumato, inebriante ri-contorcersi, groviglio di sentimenti sotto pressione atmosferica
catapultato dal cielo oltre il mondo. Giochi vorticosi… nello spazio il corpo si lascia
andare, cerca l’asfalto. Amori perduti danzano sulle finestre degli ottopiani.
Luccicanti ricordi di amori perduti in un carnevale di angeli che seguono il salto.
Angeli ghignanti mentre il corpo sfida la verticalità, mentre il corpo sfida la felicità, cerca certo la verticalità, la libertà, la vita…
la felicità!
Suicida. Il suicida che cerca la vita, il suicida talmente attaccato alla vita da decidere di abbandonarla lanciandosi in un abisso morbido, soffice, lanoso.
Il suicida raggiunge, si ri-congiunge, alla vita mettendola in abisso.
Rinuncia alle fondamenta, fluido essere… crolla atlante!
Uomo dell’abisso.
Gelsomini.
Piano terra – Salto compiuto giunto a compimento.
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Riaprii gli occhi e il risveglio fu il più dolce.
Un gattino miagolava. Accanto a me…
Piccola linguetta lecca il dito. Disteso in una
collina di lana rosa.
Dolce miagolio e d’improvviso mi ritrovai a combattere con il mio corpo nudo. Una forza
Esterna, che poi seppi interna, mi opprimeva forte e in ogni luogo del mio corpo. Lo spazio
sconfinato ex-tremo del mio corpo.
- Respiro confuso -
Capii di essere morto senza fondamento.
LA LANA SCOMPARVE.
Una parete bianca dimorava statica alla mia sinistra (?)… non avevo più una sinistra!
Il dolore da opprimente di-venne dolore in-finito e per questo indefinibile, non delimitabile.
L’immagine non ebbe più senso inabissata in se stessa.
L’immagine scomparve collassando nel momento
stesso in cui vidi la mia ombra abbandonarmi.
Il gioco di luce ed ombra si estinse nella mia esperienza, in un dolce miagolio, nel profumo
dei gelsomini. L’ombra abbandonò per sempre
la mia esistenza e il profumo del gelsomino fu l’ultima cosa che VIDI…
L’ombra, la mia ombra, e tutto il resto si perse nell’abisso.
Un rapimento mistico. Un rim-pianto sacro e
profano perché la mia anima ormai apparteneva a LEI, l’unica luce.
Un ombra estinta.
mercoledì, 06 giugno 2007
È sorta da poco la mezzanotte, la radio non trasmette altro che repliche. Tutto tace. Tutto osserva. Massacro i miei polmoni con l’ennesima sigaretta bruciando ciò che resta del giorno che cede ad una furiosa notte profonda. Tutto tace! Anche lo schermo del mio computer che mi fissa nella penombra di una candela, voracemente fagocita ossigeno. La sigaretta esala l’ultimo respiro e lentamente si assopisce tra le ceneri delle sue sorelle trucidate dal mio sospiro. Tutto tace mentre lo schermo freddo scompare cupo per mia indifferenza cruda. Lo sguardo volteggia nel vuoto incolmabile di bianche e vuote pareti, si posa sulla sagoma vagamente distinguibile di un vecchio nastro registrato chissà dove, chissà da chi, che li resiste: retaggio di un poco recente passato.
Non so quanti attimi siano passati da quando la mia mente ha cominciato a vagheggiare nelle possibilità, nei discorsi di questo luogo, della superficie bianca della parete. Percepisco il mio tempo sciogliersi per poi dissolversi del tutto nel gesto irrevocabile di una musica che risveglia un altro tempo, un altro luogo in cui non ero diverso, non fui, non sono.
- dissolvenza in nero -
…fredda sera d’ottobre in una Praga che attende la notte. La mia barba inumidita riflette il suo spettro sulle rive della Moldava. Contemplo in silenzio il fiume gelidamente instancabile nella sua marcia. Il ponte Carlo è semi deserto. Tra volti semicorrotti dal gelo scorre felpatamente una dolce bambina dal nasino rotondeggiante sporchiccio di nero sfumato in guance rossicce come da cornice a due occhietti verdi che danno l’impressione di giocare tra il grigiore della sera e la città.
Ai piedi di una delle statue del ponte una ragazza minuta, tradizionalmente bionda come immaginiamo le genti del nord, piange in silenzio tra fango e umido. La bimba dagli occhi verdi gli si accosta mentre io osservo curioso. La bimba alza il viso della ragazza carezzando con la delicata manina le guance umide del pianto donando un inaspettato colore al suo volto.
La bimba si dissolve nel nulla lasciando la ragazza nell’angelica serenità di chi ama per la prima volta, di chi vive per la prima volta! Tutto tace! Tutto osserva la scia di colore impressa dalla bimba sui luoghi da lei sfiorati e mi accorgo del sorriso che inaspettatamente il mio volto ha adottato nel grigiore di questa sera che è diventata notte.
- dissolvenza in nero -
… nella dissoluzione del tempo sono perduto e i miei occhi umidi proiettano ombre sul pavimento sporco. Inquietudine e solitudine mi attanagliano. Tutto tace! È delicato il seno sul quale giace il mio capo. Tutto tace e nell’oscurità sprofondo carezzato dalla tenue manina di un Morfeo divenuto bambina.
- dissolvenza in nero
domenica, 03 giugno 2007
Deserto e un impero di Sabbia
Re e Regina di un granello
di spiaggia
L’eterno sospiro e l’oscurità di un
Bacio, Bacio
Sangue alla testa.
La città riprende vita al mattino.
Chiarore
Luna
Duna
Ai confini del sogno
Il bacio
Vagava, vagava guardando il fiume stringere la città in un abbraccio fatale. visioni, continue Visioni rischiavano di ucciderlo ogni istante strangolando, strangolato da una immagine, bruciato dalla luce insidiosa e notturna di un verso.
Trasandato di lino tingeva la strada dei suoi colori cupi. occhi sgranati, Aveva sprizzi, spruzzi di lucidità che potevano durare giorni ma era indifferente ai fini della sua storia. Comunque di follia si trattava.
Su un quadernetto logoro leggeva versi, ricordava le sue vite passate, avvitava ricordi lungo i battenti di una porta, apriva, cercava le chiavi, sfondava muri e poi tornava indietro per accogliere nuove immagini, visioni, continue visioni, tristi profezie, era convinto, accettava il suo dramma.
Ricercava la crucialità di un ricordo, non la pace o la vita normale.
Era contagiosa la sua pazzia e confesso, lo confesso, lungo il fiume ne rimanevo abbagliato, ero vittima di quel mistero.
Ricordo l’estate del ’65, maglia gialla su una panchina del parco chiedeva l’orario ai passanti. Non lo capivo, erano altri anni, non amavo certe immagini, non conoscevo la mia vita ma immaginavo la sua blindata nel silenzio del tempo sempre diverso di orologi non sincronizzati dei passanti...
La serata come crisalide tendeva alla notte, le luci dei lampioni acquistavano vigore. Il folle ricercava l’immagine del primo bacio. La pioggia più forte, un’anima lo incontrò in cima al ponte, al suo centro esatto.
Camminavano e i loro sguardi s’incrociarono, si passarono, poi i loro corpi si fermarono, si voltarono e si strinsero ma il respiro era lento, poi insignificante, apnea. Strangolato dall’ultima visione, un bacio lungo la corrente…
Oscuro presagio su ponte deserto.
s’incammina
attraversa lentamente il fiume.
Oscuro presagio
Due anime si fermano osservadosi sprofondano
Violini le gocce di piaggia che scendono
mentre il fiume scandisce i rintocchi il volo.
Amore folle che ti consumi in un abbraccio
senza senso
Un impero d’amore furioso, chiudi gli occhi
domenica, 03 giugno 2007
Rosa d’inverno
gelido tremendo
i fiori di un prato
un sorriso
la giornata di pioggia
un tremulo dolce
singhiozzo
polveri e diamanti
solcano il viso
lagrime di donna
un Paesaggio autunnale.
La notte
La storia inizia cosi. Una chiave, un ricordo, un tremulo
singhiozzo dipinge triste il paesaggio autunnale, riaffiorando il passato riemerge dagli abissi, un’anima imprigionata nell’oblio.
Era una sera fredda d’autunno. Una di quelle rare sere gelide d’autunno. Un uomo vagava nella notte, scivolando tra le vie della città, era immerso nei profumi della strada bagnata e umida, fresca di pioggia.
Aveva piovuto da poco e l’acqua delle pozzanghere si alzava al cielo, quasi volesse volare, ogni qualvolta sfrecciava una macchina. Quasi volesse tornare su, tra nubi minacciose e scure, la goccia rimaneva li tra fango ed asfalto, a far da specchio alle anime che viaggiano su ponti, gallerie, viuzze, locali di ogni genere, strade deserte e fiumi di sogni.
L’uomo era pazzo. Non tradizionalmente pazzo, non si lamentava, non urlava, non ti aggrediva disperato, non aveva la bava, non chiedeva comprensione.
Quell’uomo era pazzo nel senso che era piacevolmente attratto dalla follia, un’attrazione stupefacente quasi dipendenza come fosse oppio ma anche pane, acqua. Quell’uomo amava osservare, era convinto di vivere in un mondo, uno spazio parallelo di morti passeggeri, apparenti, apparizioni in visita in una terra ormai disabitata e abbandonata da anni. Pensava che le anime fossero legate tra loro. Si incontrassero di notte e si baciassero con gli sguardi. Che le anime si baciassero con gli sguardi ricordando le loro vite passate, progettando quelle future era una sua convizione e a volte, poteva capitare, durante il viaggio, di ritrovare il primo padre perduto da secoli durante una guerra punica, la prima madre stuprata e uccisa da un qualche prete medioevale viscido e corrotto.
Durante quei viaggi era possibile incontrare amici antichi che solo gli occhi sono capaci di riconoscere, non la mente o la memoria, l’anima esulta in diretto contatto con gli occhi, sono sensazioni primordiali, sappiamo di conoscere quella persona ma la nostra mente non sa, non capisce non può ricordare e l’anima costretta, imprigionata si dibatte, batte creando disagio, due memorie a confronto, quella chimica e quella spirituale.
Voleva liberarsi per sempre del proprio corpo, voleva tornare a vagare per le vie della città con i vecchi compagni d’avventure perché la morte non è necessariamente la fine ma un inizio, il principio di un'altra vita in qualche angolo d’universo. Un parto, un nuovo corpo, un nuovo sogno, un nuovo viaggio, un percorso.
Le persone sensibili, forse i poeti, in stretto contatto con quella seconda memoria scrivono, mettono in versi il doppio ricordo, quello chimico e quello spirituale. Questo pensava l’uomo seduto in un vicolo, vincolo, amando la follia come fonte di ispirazione e ragione di vita.
* aPosteriori. è una raccolta di racconti scritti un bel pò di tempo fa (2002), primi racconti che a rileggerli oggi fanno ridere più di quelli attuali, non mi piacciono proprio. Inizierò rileggerli e cambiarli aPosteriori, adattandoli al presente, al mio modo di scrivere attuale e a questo blog...
martedì, 29 maggio 2007
Ricordi alla rinfusa di appartenenza e viaggio
Non c'è proprio niente da fare... il viaggio in treno per Roma ha tutto un altro sapore... sulla "freccia del sud", la traghettata notturna, il cartello Italia che sul treno non si vede ma tu sai che sta li, il mare nero che il giorno splende arancio, quella specie di statua sullo stretto, il faro, e pensa un pò... oggi c'è anche un ragazzo con la valigia di cartone, non mi era mai capitato...
ho il mio libro, e mi rifletto sul finestrino, mi vedo vecchio, invecchiato e ho solo 24 anni, mi vedo più grande e i sogni hanno lasciato il posto alle incertezze non contemplate nella semplicità del sogno, troppo complesse ed... "incerte" per far parte dell'intreccio che il racconto, solitario e personale - un sogno morto il giorno dopo - non può contenere, l'incertezza prolunga il sogno lo rende vero, Realtà.
Ha un altro sapore - Giarre-Riposto - ancora gente sale sul treno, in questo periodo è possibile, vivibile, non siamo pressati come bestie davanti al cesso, o perchè no... dentro.
Una volta ho visto un francese di colore, forse un senegalese che parlava francese con altri francesi dalla carnagione francese. Ma il senegalese era più francese dei francesi e non faceva altro che dire, in francese - meglio non farsi capire - che gli italiani sono pazzi, tutti pazzi.
Pensavo che in Senegal se la passassero peggio ma a quanto pare viaggi come quelli che facciamo noi sulla "freccia del sud" non sono consentiti, piuttosto a piedi con il mulo, almeno riesci a pisciare, e sudare senza che gli altri sentano il tuo odore, senza che gli altri entrino in contatto con te.
Ti senti osservato sul treno affollato perchè sul corridorio, alla porta davanti al cesso non c'è l'indifferenza di chi sta nello scompartimento che si distrae, cerca di dormire, di non guardare l'altro, si gira dall'altra parte ma c'è qualcuno e allora cerca la posizione e scopre che è meglio chiudere gli occhi e dimenticare che c'è qualcuno dentro o che fuori non si respira, ma non si respira nemmeno dentro, l'odore dei piedi, delle scarpe, a volte la mortadella, il salame o il pane fresco! mischiati insieme
.... e invece fuori gli occhi si cercano insonni e desiderosi di passare il tempo perchè corpi su corpi e valige, scatoloni, bambini che mano nella mano con il papà cercano di andare in bagno.
Una notte ho visto un vecchio, avrà avuto 10 secoli, l'ho visto 10 volte andare in bagno nella notte, centinaia di segni della croce, preghiere sussurrate, ogni viaggio vedeva l'inferno e tutti non capivano cosa facesse li in paradiso, la poesia di quel viaggio di natale, fuori pioveva e dentro il fango, l'odore del fumo di chi non resiste - incivili dirai - ma uomini e donne che hanno il bisogno di fumare, ingannare il tempo, rubare cenere, il freddo, c'è anche quello se cerchi tranquillità, lontano da corpi finisci vicino al cesso, nelle cicatrici che tengono insieme i vagoni con la gente che in continuazione cerca di andare in bagno e poi una volta dentro davanti all'orrore putrefatto di piscio e merda rischia di vomitare e scappa via cercando un rifugio più pulito.
Taormina/Giardini Sono qui, sono belle le fermate, le stazioni dove tutti scendono per fumare la sigaretta o per far pisciare i cani. Due cose danno fastidio ai viaggiatori: i cani e le sigarette. Davanti al cesso ci sono sempre a tenerti compagnia, le sigarette sempre i cani solo durante le soste...
Una sera autobus sostitutivo... dicevano fino a Catania ma sapevamo che ci avrebbe lasciato a Villa San Giovanni ed in fondo è stato più bello cosi, la traghettata a piedi, da Messina Marittima e Messina Centrale a piedi e intanto con la mia copia del Manifesto dopo 5 giorni di sciopero dei giornalisti leggevo di eutanasia, scoprivo che quel tipo era morto da due giorni, mi godevo un sole tiepido al binario a dicembre: una ragazza, un'archeologa che organizzava aperitivi ed eventi nei musei, un'appassionata di musei.
Quanti messaggi e telefonate ad una ragazza lontana, sentiamo il bisogno di comunicare la nostra condizione di viaggiatori, di dire al mondo che siamo in cammino, che stiamo arrivando o che siamo appena partiti, che siamo in viaggio, in movimento. Sapere che qualcuno ci aspetta alla stazione e sapere che qualcuno che ci ha accompagnato forse è triste e legge il tuo messaggio, si siede davanti alla tv dopo una tua telefonata: "e tutto apposto, ci sentiamo domani mattina quando arrivo"-"sisi tranquillo sto comodo e adesso spengo il cellulare che la batteria è scarica"-"e lo so lo so ho dimenticato a caricarla... nella fretta"-"sisi ok, dai ci sentiamo domani, buona notte"-"si ok, si, allora ciao domani ti spedisco tutto... si notte"-"anch'io, ciao".
E quel giorno alla stazione Tiburtina a Roma quella ragazza ucraina che non aveva mai visto il mare e che cercava in ogni modo di spiegarmi due cose, come vedere le luci nella notte sul treno - ho spento la luce dello scompartimento - e quando si sarebbe visto il mare, lei che non aveva mai visto il mare. Io che sapevo lo spettacolo alle 6 del mattino a Messina poco dopo aver traghettato, alzare la tendina dello scompartimento e vedere il mare, illuminato dal sole, gli scogli neri e come angeli di luce i riflessi sull'acqua. L'ho svegliata e l'ho vista saltare di gioia per poi cercare di calmarsi, si vergognava ma non riusciva a contenersi. La prima volta, il primo mare che non sapeva come si pronunciasse e con il dizionario alla mano traduceva quell'emozione.
I ritardi. Interminabili, naturali, quasi scontati ritardi ma quella volta a Messina la voce " il treno subirà un ritardo imprecisato" ma anche le sorprese, i treni bis, gli autobus sostitutivi e i viaggi meravigliosi da solo nello scompartimento.
Viaggiare in treno ha tutto un altro sapore, la puzza dei freni e la voce stridula e assurda del vecchio venditore di cornetti e acqua minerale a Messina la notte o alle prime luci dell'alba, li come se il tempo si fosse fermato, da anni forse secoli scrivo dei miei ricordi per essere sicuro che non facciano la fine dei miei sogni, i miei ricordi sono certezze, certezze del mio senso di appartenenza, della mia terra, del mio presente, la base su cui scrivo il mio futuro e la mia vita. I ricordi di questi viaggi, vedo una nave ormeggiata, sono quasi a Messina. E' ora di dormire, il momento giusto per sognare quel sapore stupendo di ricordi alla rinfusa di appartenenza e viaggio.
Buona notte,
Francesco
lunedì, 25 dicembre 2006
Foto 127. La mia macchina fotorgrafica segna un numero, una sequenza come a ricordare, ma lei non lo sa, le sequenze di uomini e donne che hanno attraversato questo stretto. Scilla e Cariddi. Sicilia e Calabria. L'isola e il continente.
Da cinque anni lo attraverso questo stretto di Messina e ogni volta è più romantico, più devastante e sono più felice.
Incontri di ogni tipo; una volta ho quasi sfiorato il bacio con una sconosciuta, a poppa stile Titanic, tra uno scambio di poesie e l'altro. Ho l'immagine sua alle tre di notte, credo alla stazione di Paola, in piena Calabria, con lo scompartimento pieno e noi intrecciati alla ricerca di un pò di comodità; io con il suo quaderno e lei con il mio. Sussurri in penombra, la lucidità di quegli occhi a pochi centimetri dai miei, era troppo irreale per baciarsi e nessuno dei due ci ha provato. Ci siamo lasciati con la promessa di una lettera che ha generato la promessa di un'altra lettera. Due lettere che conservo e poi l'ultima promessa non mantenuta di una lettera che mai arriverà.
Foto 127. L'autobus sostitutivo FS mi ha abbandonato alla stazione di Villa San Giovanni, traghetterò a piedi. Detto cosi potrei sembrare un cristo che cammina sulle acque, sulle acque dello stretto di Messina.
Cristo, infatti, non si è fermato a Eboli ma a Villa San Giovanni.
Sul traghetto all'alba aspetto il treno che lento e a pezzi viene caricato in fondo alla nave, ironia della sorte lo stesso treno che avrei dovuto prendere a Roma ma con tre ore di ritardo ovviamente.
Su al bar osservo volti dagli occhi neri e gonfi, ognuno potrebbe raccontare storie diverse che poi evocheranno altre storie e ricordi di storie raccontate da altri e altri ricordi, ricordi di viaggio tra una traversata e l'altra respiro attimi di storia.
Quando la Sicilia si avvicina non è necessario nemmeno che il capitano della nave annunci l'imminente attracco perchè siamo già tutti pronti a scendere. C'è chi è salito di nuovo sul treno in pezzi e chi come me freme di fronte al portellone stridente "dò Ferrubottto" (adattamento siculo del FerryBoat stile fiume Mississipi). In un turbine di urla e lamenti la grande bocca di acciaio si apre dando su una passerella precarie e di legno, unica strada per toccare terra tra gli odori forti del porto e il gasolio nauseante della nave; fumosi e infreddoliti da Messina Marittima cerchiamo di prendere al volo il treno per Catania ma è appena partito, stranamente puntuale... aspetteremo un'oretta e mezza il prossimo treno: la "Freccia del Sud", proprio quel treno che avrei dovuto prendere a Roma ma era troppo pieno già a Bologna.
La stazione è un buon posto per fare amicizia. Nell'attesa leggendo la mia copia del Manifesto (pare che i giornalisti abbiamo finito di fare sciopero!) le goccie d'acqua cadono sul cappotto accanto a me e una ragazza con un cappellino rosso me lo fa presente. "Grazie" - sorriso - "Prego" - risponde lei. Arriva il treno e scopro che è un archeologa...
I treni si sfiorano lungo i binari della scarna linea ferroviaria italiana e cosi gli uomini e le donne, combinazioni infinite e inaspettate conducono il gioco degli incontri tra uno scompartimento e l'altro, tra una stazione e un guasto meccanico... odor di canna e di urina di fronte al cesso ma questa è un'altra storia...
lunedì, 09 ottobre 2006
Ho visto una donna anziana suonare uno spartito con il pensiero. L'ho vista. Sembrava un film.
Roma. Metro B. Mille volti come al solito. La metro affollatissima e l'idifferenza. La gente aliena, sguardi persi nel vuoto. Qualche matto si trova sempre.
Gongolo sempre quando mi sento bene... gongolo alla ricerca di situazioni a limite dell'assurdo, magiche. Ne ricordo una con precisione. Saranno passati 5 anni.
Viaggio in metro, una donna, praticamente un involucro di stoffa nera all'interno del quale è avvolto un corpo minuto e rinsecchito ma due mani rugose e perfette scorrono velocemente su uno spartito vecchio strappato e ingiallito. Non ha quasi niente con se. La veste nera la ricopre quasi del tutto. Dalla mia posizione credo di essere l'unico che riesce a vedere un pò oltre scorci di viso e due occhi fanatici scorrere la musica.
Porta con se una borsa di pelle piena di carte libri gonfi di note. La musica con se, dentro se, lei stessa musica vagante.
Ricordo con impressione quei 5 minuti in metro e la foga delle sue vecchie mani sulla carta. Percorsi musicali violenti.
Una vecchia e uno spartito. Solitudine e follia in un'itinerario metropolitano.